S.      Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo

T       Amen.

S       Siamo giunti alla terza tappa del cammino quaresimale di Azione Cattolica Interparrocchiale. Gesù ci chiama a ripercorrere lo stesso cammino che fece Lui 2000 anni fa, ma non per soffrire con Lui ma per scoprire che da ogni sofferenza nasce sempre qualcosa di positivo. Lo stesso Cristo ha incontrato la Veronica, il Cireneo, sua Madre, il discepolo che egli amava … quante piccole luci in un momento di profonda tenebra.

S       O Padre, che ci hai redenti con la passione dolorosa e la resurrezione gloriosa del tuo Figlio Gesù Cristo, concedi a noi di meditare il mistero della tua passione alla luce della Parola. Dopo aver venerato sulla terra l’immagine di Gesù sofferente  donaci di contemplare in cielo il suo volto splendente di gloria. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unita dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

T       Amen.

PRIMA STAZIONE

GESÙ È CONDANNATO A MORTE

Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Ed egli per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta fosse eseguita. Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà. (Lc 23,20-25)

A voi che non contate nulla agli occhi degli uomini, ma che davanti agli occhi di Dio siete grandi, coraggio! Dio non fa graduatorie. Non sempre si lascia incantare da chi sa parlare meglio. Non sempre, rispetto ai sospiri dignitosi del povero, dà la precedenza al canto gregoriano che risuona nelle chiese. Non sempre si fa sedurre dal profumo dell’incenso, più di quanto non si accorga del tanfo che sale dai sotterranei della storia.

S       Signore Gesù, donaci di capire che metterci sulla pelle la camicia dei poveri vale più che lasciarsi scorticare vivi per loro.

STAZIONE SECONDA

GESÙ PRENDE LA CROCE

Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù nel mezzo. (Gv 19,17-18)

 

La croce l’abbiamo inquadrata nella cornice della sapienza umana, e nel telaio della sublimità di parola. L’abbiamo attaccata con riverenza alle pareti di casa nostra, ma non ce la siamo piantata nel cuore. Pende dal nostro collo, ma non pende sulle nostre scelte. Le rivolgiamo inchini e incensazioni in chiesa, ma ci manteniamo agli antipodi della sua logica. L’abbiamo isolata, sia pure con tutti i riguardi che merita. E un albero nobile che cresce su zolle recintate.

S       Signore, tu che hai detto: «Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero», aiutaci ad accoglierlo nella nostra storia.

 

 

TERZA STAZIONE

GESÙ CADE LA PRIMA VOLTA

Io sono l’uomo che ha provato la miseria sotto la sferza della sua era. Egli mi ha guidato, mi ha fatto camminare nelle tenebre e non nella luce. Solo contro di me egli ha volto e rivolto la sua mano tutto il giorno. Egli ha consumato la mia carne e la mia pelle, ha rotto le mie ossa. Ha sbarrato le mie vie con blocchi di pietra, ha ostruito i miei sentieri.(Lam 3,1-4.9)

Dal deserto del digiuno e della tentazione fino al monte Calvario, la pace passa attraverso tutte le strade scoscese della quaresima. E quando arriva ai primi tornanti del Calvario, non cerca deviazioni di comodo, ma vi si inerpica fino alla croce. Sì, la pace, prima che traguardo, è cammino. E per giunta, cammino in salita. Vuol dire, allora, che ha le sue tabelle di marcia e i suoi ritmi. I suoi rallentamenti e le sue accelerazioni. Forse anche le sue soste.

S       Signore, donaci di ripetere sempre con te: «Padre, non sia fatta la mia, ma la tua volontà».

QUARTA STAZIONE

GESÙ INCONTRA SUA MADRE

Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima». (Lc 2,34-35)

 

Nessun linguaggio umano deve essere stato così pregnante come quello di Maria. Fatto di monosillabi, veloci come un sì. O di sussurri, brevi come un fiat. O di abbandoni, totali come un amen. O di riverberi biblici, ricuciti dal filo di una sapienza antica, alimentata da fecondi silenzi. Maria, immagine dell’antiretorica, non posa per nessuno. Neppure per il suo Dio.

S       Maria, aiutaci, perché nella brevità di un sì, detto all’Unico, ci sia dolce perderci.

QUINTA STAZIONE

GESÙ È AIUTATO DA SIMONE DI CIRENEO

Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce. Condussero dunque Gesù al luogo del Gòlgota, che significa luogo del cranio. (Mc 15,21-22)

L’amore per Cristo che non abbia il marchio della totalità è ambiguo. Il «part-time» non è ammissibile. Il servizio a ore, in cui magari per ogni eccedenza chiediamo compensi maggiorati come un operaio che esige lo straordinario, sa di mercificazione. In concreto, innamorarsi di Gesù Cristo vuol dire conoscenza profonda di lui, dimestichezza con lui, assimilazione del suo pensiero, accoglimento senza sconti delle esigenze radicali del vangelo.

S       Donaci, Signore, di non sentirci costretti nell’aiutarti a portare la croce.

STAZIONE SESTA

LA VERONICA ASCIUGARE IL VOLTO DI GESÙ

 

Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso. (Is 50,6-7)

Eccoci, Signore, davanti a te. Col fiato grosso, dopo aver tanto camminato. Ma se ci sentiamo sfiniti, non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto o abbiamo coperto chissà quali interminabili rettilinei. E perché, purtroppo, molti passi li abbiamo consumati sulle viottole nostre, e non sulle tue. Seguendo i tracciati involuti della nostra caparbietà faccendiera, e non le indicazioni della tua Parola.

S       Grazie, Signore, perché ci conservi nel tuo amore, e non ti sei ancora stancato delle nostre povertà.

SETTIMA STAZIONE

GESÙ CADE LA SECONDA VOLTA

Oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; (1Pt 2,23-24)

Stare con Gesù significa mettere il vangelo al centro della nostra vita personale e comunitaria. Lasciarci contaminare inguaribilmente dalla speranza della risurrezione. Affrontare le tribolazioni, il dolore e perfino la morte, sapendo che verranno giorni in cui «non ci sarà né lutto né pianto», e tutte le lacrime saranno asciugate dal volto degli uomini.

S       Signore, quando ci sentiamo feriti nell’amore, fa’ che ricordiamo le tue parole: «imparate da me che sono mite e umile di cuore».

OTTAVA STAZIONE

GESÙ INCONTRA LE DONNE DI GERUSALEMME

Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?».(Lc 23,27-28.31)

Coraggio, fratello che soffri. Non angosciarti tu che, per un tracollo improvviso, vedi i tuoi beni pignorati, i tuoi progetti in frantumi, le tue fatiche distrutte. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Coraggio! La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre «collocazione provvisoria».

NONA STAZIONE

GESÙ CADE LA TERZA VOLTA

Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte. (Is 53,7-8b)

Un giorno, quando avrete finito di percorrere la mulattiera del calvario e avrete sperimentato come Cristo l’agonia del patibolo, si squarceranno da cima a fondo i veli che avvolgono il tempio della storia, e finalmente saprete che la vostra vita non è stata inutile. Che il vostro dolore ha alimentato l’economia sommersa della grazia. Che il vostro martirio non è stato un assurdo, ma ha ingrossato il fiume della redenzione raggiungendo i più remoti angoli della terra.

S       Aiutaci, Signore, a capire che la nostra storia crocifissa è già impregnata di risurrezione.

DECIMA STAZIONE

GESÙ È SPOGLIATO

Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi; hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano, mi osservano: si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte. (Sai 22(21), 17-19)

Chi sta alla tavola dell’eucaristia deve «deporre le vesti». Le vesti del tornaconto, del calcolo, dell’interesse personale, per assumere la nudità della comunione; le vesti della ricchezza, del lusso, dello spreco, della mentalità borghese, per indossare le trasparenze della modestia, della semplicità, della leggerezza. Dobbiamo abbandonare i segni del potere, per conservare il potere dei segni.

S       Dacci, Signore, di divenire compagni di tutti coloro che rimangono indietro o sono scavalcati dagli altri.

UNDICESIMA STAZIONE

GESÙ È INCHIODATO SULLA CROCE

Quando giunsero al luogo detto Cranio, la crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno».

Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. (Lc 23,33-34.38)

Non sfugge a nessuno che stiamo vivendo giorni amari quali ci è sembrato di non vivere mai. Perfino ad attardarsi sulla rievocazione delle violenze si dà l’impressione di essere stancamente ripetitivi. La situazione internazionale, gli eccidi, gli spettacoli della fame ci sfilano davanti agli occhi come grondaie inconsumabili, e si ha la tentazione di pensare a situazioni senza sbocco. La nostra coscienza morale esce schiacciata da questa temperie di dolore. E il tempo del torchio. Il nostro animo si gonfia di turbamento. Siamo presi dallo sconforto.

S       Metti in noi, Signore, la convinzione dell’amore infinito che perdona.

DODICESIMA STAZIONE

GESÙ MUORE IN CROCE

Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse:

«Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò. (Gv 19,28-30)

«Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio». Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell’uomo. «Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio», solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio. La mia, la tua, le nostre croci sono provvisorie.

S       Gesù, aiutaci a vedere anche nelle nostre croci e nella stessa croce un mezzo per ricambiare il tuo amore.

TREDICESIMA STAZIONE

GESÙ È DEPOSTO DALLA CROCE

Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui. Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua. (Gv 19,31-34)

E vero che ogni cristiano deve accogliere la sua croce, ma deve anche schiodare tutti coloro che vi sono appesi. Noi oggi siamo chiamati a un compito dalla portata storica senza precedenti: «Sciogliere le catene inique, togliere i legami dal giogo, rimandare liberi gli oppressi» (IS 58,6).

S       Signore, insegnaci a vedere oltre la croce la gioia, oltre la morte la vita.

QUATTORDICESIMA STAZIONE

GESÙ È POSTO NEL SEPOLCRO

Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. La dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino. (Gv 19,41-42)

Coraggio, comunque! Noi credenti, nonostante tutto, possiamo contare sulla Pasqua. E sulla domenica, che è l’edizione settimanale della pasqua. Essa è il giorno dei macigni che rotolano via dall’imboccatura dei sepolcri. E l’intreccio di annunci di liberazione, portati da donne ansimanti dopo lunghe corse sull’erba. E l’incontro di compagni trafelati sulla strada polverosa. È il tripudio di una notizia che si temeva non potesse giungere più e che corre di bocca in bocca ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici. È la gioia delle apparizioni del Risorto che scatena abbracci nel cenacolo. È la festa degli ex delusi della vita, nel cui cuore all’improvviso dilaga la speranza.

S       Mio Signore e mio Dio, credo alla tua risurrezione e voglio vivere alla tua presenza per non considerarmi mai solo e abbandonato.

Pasqua è la festa dei macigni che rotolano via dall’imboccatura dei sepolcri.
Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme messa all’imboccatura dell’anima che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo; che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro.
E’ il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione del peccato.

Pasqua allora, sia per tutti il rotolare del macigno, la fine degli incubi, l’inizio della luce, la primavera di rapporti nuovi e se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro, si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto, si ripeterà finalmente il miracolo che contrassegnò la resurrezione di Cristo.

 

Voglio ringraziarti, Signore, per il dono della vita.

Ho letto da qualche parte che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati.

A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare, Signore, che anche tu abbia un’ala soltanto. L’altra, la tieni nascosta: forse per farmi capire che anche tu non vuoi volare senza di me. Per questo mi hai dato la vita: perché io fossi tuo compagno di volo. Insegnami, allora, a librarmi con te. Perché vivere non è «trascinare la vita», non è «strappare la vita» non è «rosicchiare la vita».

Vivere è abbandonarsi, come un gabbiano, all’ebbrezza del vento. Vivere è assaporare l’avventura della libertà.

Vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia di chi sa di avere nel volo un partner grande come te!

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